mercoledì 28 marzo 2007

Domenica delle Palme - rito Ambrosiano, 1 aprile 2007

Gesù con Marta e Maria a Betania (Dettaglio) – Centro Aletti di Roma (refettorio) Mosaico realizzato dall'Atelier d'arte spirituale nell’ ottobre 2002

Giovanni 11,55-57;12,1-11: [55]Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione andarono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. [56]Essi cercavano Gesù e stando nel tempio dicevano tra di loro: «Che ve ne pare? Non verrà egli alla festa?». [57]Intanto i sommi sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che chiunque sapesse dove si trovava lo denunziasse, perché essi potessero prenderlo. [1]Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. [2]E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. [3]Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell'unguento. [4]Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: [5]«Perché quest'olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?». [6]Questo egli disse non perché gl'importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. [7]Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. [8]I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». [9]Intanto la gran folla di Giudei venne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. [10]I sommi sacerdoti allora deliberarono di uccidere anche Lazzaro, [11]perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.

Cari amici e care amiche,

il brano dell’‘unzione di Betania’ (Gv 11,55-57;12,1-11), proposto dalla liturgia ambrosiana di domenica prossima – 1 aprile 2007, ‘Domenica delle Palme’ – segue quello della ‘risurrezione di Lazzaro’ (Gv 11,1-45), letto domenica scorsa. L’intermezzo tra i due episodi registra piuttosto lo scatenarsi di due sentimenti opposti. Alcuni decidono di credere in Gesù e altri Lo ucciderebbero subito: “molti dei Giudei, che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in Lui. Ma alcuni andarono dai farisei e riferirono loro quel che Gesù aveva fatto” (Gv 11,45-46). Così, dunque, il sommo sacerdote Caifa decreterà la Sua fine: “da quel giorno dunque decisero di ucciderlo” (Gv 11,49-53).

A questo punto è chiaro che non si tratta soltanto di ‘comprendere’ cos’è la fede cristiana, cosa significa credere per l’intelligenza pensante, come s’era cercato di fare nel tempo di Quaresima. E’ piuttosto arrivato il momento di decidersi per Lui, stando coraggiosamente dalla Sua parte. Al tempo della comprensione intelligente di Lui, succede ora l’esigenza di credere in Lui. Dando pieno spazio alle dinamiche profonde e all’intuito singolare del cuore.
Andrebbe esplicitato a questo punto il senso proprio dell’affidamento, dove l’intelligenza e il cuore s’intrecciano, senza alcuna mediazione. Fidandoci di Lui, semplicemente. Interessandoci alla Sua vicenda (pasquale) quasi fosse la nostra. Scrutandola e appropriandocela, con grande passione. Questo è, del resto, il senso stesso della ‘Settimana Santa’ che, partendo dalla prossima domenica, trova il suo vertice nel ‘Triduo’ che sfocia nella Domenica della Sua risurrezione. Ma evidenziando, proprio oggi, un clima d’attesa e di congiura: “Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione andarono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e stando nel tempio dicevano tra di loro: ‘Che ve ne pare? Non verrà egli alla festa?’. Intanto i sommi sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che chiunque sapesse dove si trovava lo denunziasse, perché essi potessero prenderlo” (Gv 11,55-57).

Ma se poi ci addentriamo anche noi nel clima familiare e affettuoso di Betania (“casa del pane”), allora ritroviamo i sentimenti più veri di Gesù che si legano a quelli dei Suoi amici più fidati. Quelli che hanno scelto di stare semplicemente dalla Sua parte. Pronti a pagare con la morte questo atto d’amore puro: “Intanto la gran folla di Giudei venne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I sommi sacerdoti allora deliberarono di uccidere anche Lazzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù” (Gv 12,9-11).

Gesù con i Suoi Si sente l’Amato che, pur provato e stanco, ha un profondo bisogno di lasciarSi amare: “sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betania, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali” (Gv 12,1-2). Egli, che già S’era definito come Colui che serve per amore – “Perché, chi è più grande, colui che è a tavola oppure colui che serve? Non è forse colui che è a tavola? Ma io sono in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,27) –, nell’imminenza della Sua Pasqua, accetta, più semplicemente, di lasciarSi servire. Se grande è l’amore di chi dona, più grande ancora è l’amore di Colui che Si dona, lasciandoSi servire. Permettendo all’altro di intuire il valore inestimabile della Sua stessa fragilità. Il Figlio di Dio, che sta al principio dell’amore (“Dio è amore”, 1Gv 4,8), proprio in quest’‘ora’ decisiva, stende la Sua stessa mano, per poterci insegnare come si ama davvero: “Or prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta per lui l'ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1).

E attorno a Gesù – perché “io ho fatto loro conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere, affinché l'amore del quale tu mi hai amato sia in loro, e io in loro” (Gv 17,26) – stanno coloro che L’hanno amato così. Che hanno rischiato di amarLo così. Di volerLo amare così alla follia. Senza ritorni. Senza le riserve o i calcoli di Giuda (Gv 12,4-8).
C’è Marta, anzitutto. Così spiccatamente predisposta al servizio: “Marta serviva” (Gv 12,2, come anche Lc 10,38-41). Ma soprattutto c’è Maria, che compie il gesto più delicato che i vangeli conoscano nei confronti di Gesù: “presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell'unguento” (Gv 12,3). Ancor prima di comprendere il senso simbolico di questo gesto, conta gustarlo nella sua immediatezza. Anche solo per la carica di affetto sublime che emana. Come il profumo che riempie di un senso nuovo la casa. C’è davvero tutta la fragranza della Sua Pasqua.
Ma, soprattutto, Maria è colei che sa stare comoda ai piedi dell’Amato, come già tempo prima, “sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola” (Lc 10,39). Colei che sa propriamente stare, discreta, sulla soglia dell’Amore. Come Maria di Magdala, che “se ne stava fuori vicino al sepolcro a piangere” (Gv 20,11). Sempre in ascolto. In accogliente attesa. Del resto di lei non si registra una parola. La sola esemplarità del suo gesto ci induce ad amare Colui che, proprio perché così Amato, ci condurrà al cuore, alla pienezza dell’amore (Gv 15,9).

E’ a Lui, dunque, che dobbiamo saper guardare in modo diretto. Sapendo che, nei confronti della Sua stessa fragilità, ci è chiesto un atto di tenerezza e di amore. E se mai ci fosse data la grazia di accorgerci che anche qualcun altro Lo ama, lasciamolo fare, semplicemente: “Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri li avete sempre con voi, ma non sempre avete me” (Gv 12,8). Infinite sono le strade dell’amore. Diceva Pascal: “Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce” (Pensieri, 146).

Con questo spirito, dunque, ci inoltriamo nella Settimana che nel Triduo Pasquale trova il suo cuore. Sapendo che all’amore non servono tante parole. Basta anche solo uno sguardo. Com’è bella e affascinante questa Pasqua di Gesù che sta per iniziare.

Buona domenica anche a tutti voi.
don Walter Magni

mercoledì 21 marzo 2007

Quinta Domenica di Quaresima Rito Ambrosiano

Silvano Redaelli, Gesù disceso nell’Ade proclama la risurrezione

Giovanni 11,1-45: [1]Era allora malato un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella. [2]Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. [3]Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, il tuo amico è malato». [4]All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato». [5]Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro. [6]Quand'ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava. [7]Poi, disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». [8]I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». [9]Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; [10]ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce». [11]Così parlò e poi soggiunse loro: «Il nostro amico Lazzaro s'è addormentato; ma io vado a svegliarlo». [12]Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se s'è addormentato, guarirà». [13]Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al riposo del sonno. [14]Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto [15]e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui!». [16]Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
[17]Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era già da quattro giorni nel sepolcro. [18]Betània distava da Gerusalemme meno di due miglia [19]e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per consolarle per il loro fratello. [20]Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. [21]Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! [22]Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà». [23]Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». [24]Gli rispose Marta: «So che risusciterà nell'ultimo giorno». [25]Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; [26]chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?». [27]Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo».
[28]Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: «Il Maestro è qui e ti chiama». [29]Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui. [30]Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. [31]Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: «Va al sepolcro per piangere là». [32]Maria, dunque, quando giunse dov'era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». [33]Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse: [34]«Dove l'avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». [35]Gesù scoppiò in pianto. [36]Dissero allora i Giudei: «Vedi come lo amava!». [37]Ma alcuni di loro dissero: «Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?».
[38]Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra. [39]Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni». [40]Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?». [41]Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. [42]Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». [43]E, detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». [44]Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare».
[45]Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui.


Cari amici e care amiche,

Il credo cristiano – cioè la professione della nostra fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo – ha il suo vertice nell’affermazione: “Credo la risurrezione della carne” (art. 11). Cioè: nel fatto che, come Cristo è veramente risorto dai morti e ora vive per sempre, così anche noi, dopo la morte, siamo immessi nella possibilità di vivere per sempre con Lui. Paolo afferma infatti: “Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” (Rm 8,11).

Proviamo, dunque, a considerare l’episodio della risurrezione di Lazzaro (Giovanni 11,1-45), per riuscire a comprendere i tratti fondamentali della risurrezione secondo Gesù. Il rischio, infatti, è che anche per molti cristiani la realtà della risurrezione risponda più all’esigenza dell’immortalità che non al suo significato evangelico. Se credere nella risurrezione fosse solo un espediente per andare ‘oltre la morte’ – con l’anima, come già diceva il filosofo Platone, o anche con il nostro corpo (o carne) come pure afferma l’Islam: Allah, infatti, “ridarà vita alle ossa polverizzate” – non abbiamo ancora colto il nucleo della fede cristiana. La risurrezione “della carne” la si comprende non a partire dal nostro desiderio di andare ‘oltre’ la morte, ma nell’accogliere quel senso nuovo della vita, secondo il Vangelo, che proprio Gesù risorto ci vuole donare. Come anche Lui è stato raggiunto dal desiderio affettuoso del Padre Suo di averLo per sempre accanto a Sé, facendoLo sorgere da morte “per opera dello Spirito Santo”.
Perché Gesù fa risorgere Lazzaro? Per amore. Per il grande affetto che, in quanto amico, gli portava. Infatti “Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro” (Gv 11,5). Questo spiega il Suo pianto sincero davanti alla tomba: “Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò (…). Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro” (Gv 11,33.38). E il tono accorato della Sua preghiera: “Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato” (Gv 11,41-42).

C’è però un dato fondamentale: per accogliere il dono della Sua risurrezione, è decisivo partecipare anche della Sua morte. Un passaggio delicato, che chiede anche a noi di imparare, nei giorni che passano, a morire per amore. Non per inesorabile adattamento alla realtà delle cose. Si tratta di esercitarci costantemente in un amore sempre più grande. Del resto, l’episodio che stiamo leggendo lo testimonia bene. Anzitutto si tratta di comprendere che la malattia non termina con la morte: “Le sorelle mandarono dunque a dirgli: ‘Signore, ecco, il tuo amico è malato. All’udire questo, Gesù disse: ‘Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato’” (Gv 11,3-4).
Poi è Gesù stesso, che in un impeto d’amore, lascia ogni discussione e va incontro anche alla Sua possibile morte: “Poi, disse ai discepoli: ‘Andiamo di nuovo in Giudea!’. I discepoli gli dissero: ‘Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?’ (…), Allora Gesù disse loro apertamente: ‘Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui!’. Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse ai condiscepoli: ‘Andiamo anche noi a morire con lui!’”. (Gv 11,7-8. 14-16).
E, in questa prospettiva, andrebbe pure compreso il dialogo di Gesù con Marta, che sembrava persino rimproverarLo per non essere arrivato per tempo a salvare suo fratello, ma “Gesù le disse: ‘Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?’” (Gv 11,25-26). Anzi, alcuni Giudei che avevano assistito al pianto di Maria e di Gesù, si permetteranno addirittura di dire: “‘Vedi come lo amava!’ Ma alcuni di loro dissero: ‘Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?’” (Gv 11,36-37).
Fino alla accettazione certa della morte, prima di sconfiggerla definitivamente: “Disse Gesù: ‘Togliete la pietra!’. Gli rispose Marta, la sorella del morto: ‘Signore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni’. Le disse Gesù: ‘Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?’” (Gv 11,39-40).

Non si tratta di esercitarsi a morire perché ‘dobbiamo morire’, ma di imparare a morire per amore, come Gesù ci ha insegnato: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,16). Questo ci introduce definitivamente nella Sua risurrezione. C’è una bellissima antifona della liturgia ambrosiana che canta così: “Morivo con te sulla Croce, oggi con te rivivo; con te dividevo la tomba, oggi con te risorgo. Donami la gioia del regno, Cristo, mio Salvatore” . Per questo, a Marta che voleva comprendere le Sue parole, Gesù risponde non teorizzando la risurrezione, ma dicendole: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno” (Gv 11,25).

Che il vostro cuore si riempia della Sua gioia. Che la vostra vita sia ricolma della Sua speranza.

don Walter Magni

Quarta Domenica di Quaresima - Rito Ambrosiano, 18 marzo 2007

Antonia Varnier, tra luce e acqua

Giovanni 9,1-41: [1]Passando vide un uomo cieco dalla nascita [2]e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?». [3]Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. [4]Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare. [5]Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo». [6]Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco [7]e gli disse: «Va' a lavarti nella piscina di Sìloe (che significa Inviato)». Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. [8]Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poiché era un mendicante, dicevano: «Non è egli quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?». [9]Alcuni dicevano: «E' lui»; altri dicevano: «No, ma gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». [10]Allora gli chiesero: «Come dunque ti furono aperti gli occhi?». [11]Egli rispose: «Quell'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: Va' a Sìloe e lavati! Io sono andato e, dopo essermi lavato, ho acquistato la vista». [12]Gli dissero: «Dov'è questo tale?». Rispose: «Non lo so».
[13]Intanto condussero dai farisei quello che era stato cieco: [14]era infatti sabato il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. [15]Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come avesse acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha posto del fango sopra gli occhi, mi sono lavato e ci vedo». [16]Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest'uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri dicevano: «Come può un peccatore compiere tali prodigi?». E c'era dissenso tra di loro. [17]Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu che dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «E' un profeta!». [18]Ma i Giudei non vollero credere di lui che era stato cieco e aveva acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. [19]E li interrogarono: «E' questo il vostro figlio, che voi dite esser nato cieco? Come mai ora ci vede?». [20]I genitori risposero: «Sappiamo che questo è il nostro figlio e che è nato cieco; [21]come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l'età, parlerà lui di se stesso». [22]Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. [23]Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l'età, chiedetelo a lui!».
[24]Allora chiamarono di nuovo l'uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da' gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore». [25]Quegli rispose: «Se sia un peccatore, non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo». [26]Allora gli dissero di nuovo: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». [27]Rispose loro: «Ve l'ho gia detto e non mi avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». [28]Allora lo insultarono e gli dissero: «Tu sei suo discepolo, noi siamo discepoli di Mosè! [29]Noi sappiamo infatti che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». [30]Rispose loro quell'uomo: «Proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. [31]Ora, noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. [32]Da che mondo è mondo, non s'è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. [33]Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». [34]Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?». E lo cacciarono fuori.
[35]Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori, e incontratolo gli disse: «Tu credi nel Figlio dell'uomo?». [36]Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». [37]Gli disse Gesù: «Tu l'hai visto: colui che parla con te è proprio lui». [38]Ed egli disse: «Io credo, Signore!». E gli si prostrò innanzi. [39]Gesù allora disse: «Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi». [40]Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo forse ciechi anche noi?». [41]Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane».


Cari amici e care amiche,

continua, col brano evangelico (Gv 9,1-41) che sarà proclamato durante la celebrazione eucaristica di domenica prossima - 18 marzo 2007, quarta della Quaresima ambrosiana –, la grazia di assistere ancora una volta ad un singolare itinerario di fede. Quello percorso dal ‘cieco nato’. Dopo l’intenso dialogo fatto attorno al pozzo di Giacobbe tra Gesù e la Samaritana e quello persino drammatico tra Gesù e un gruppo di Giudei irriducibili, a causa del loro rigido attaccamento alla tradizione dei figli di Abramo.

La prima indicazione ci viene dalla struttura di questo ampio racconto. L’itinerario alla fede in Gesù, del non vedente che torna a vedere, va letto propriamente come disteso su due fronti: quello dell’incontro personale e diretto con Gesù da parte di quest’uomo e quello di tutti coloro che si mettono a discutere a riguardo dell’incontro di Gesù con quest’uomo. Altro, infatti, è l’itinerario di chi giunge a credere in Gesù e altro è disquisire a riguardo della fede in Gesù. Mentre colui che era cieco giunge a vedere Gesù – anzi: ad adorarLo –tutti coloro che, con le loro disquisizioni, pretendono di sapere qualcosa di Lui senza averLo incontrato, finiscono per essere o, addirittura, per diventare ciechi: “Gesù allora disse: ‘Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi’. Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: ‘Siamo forse ciechi anche noi?’. Gesù rispose loro: ‘Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane’” (Gv 9,39-41).

La domanda a questo punto è molto chiara, dal nostro punto di vista: come si fa a ‘vedere Gesù’, cioè a credere in Lui, superando, la nostra strutturale cecità? la nostra corta visuale? Magari anche i nostri limiti o i nostri stessi peccati? Infatti: non basta il desiderio di vedere Gesù. La volontà di vederLo da parte nostra può essere mossa da ragioni anche molto diverse, persino divergenti e opposte. Altro è Zaccheo che sale su un sicomoro (Lc 19,1s) e altro è Erode che Lo vorrebbe vedere per ucciderLo (Mt 2,8s; Lc 23,8).
Anzi, la risposta che ci viene da questo episodio è fondamentale: prima del nostro desiderio di vedere Gesù è Lui che ci vede per primo: “Passando vide un uomo cieco dalla nascita” (Gv 9,1). E, anche al termine dell’episodio, è sempre Gesù che, dopo averlo incontrato, cioè vedendolo, lo interpella ancora: “Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori, e incontratolo gli disse: ‘Tu credi nel Figlio dell'uomo?’. Egli rispose: ‘E chi è, Signore, perché io creda in lui?’. Gli disse Gesù: ‘Tu l'hai visto: colui che parla con te è proprio lui’. Ed egli disse: ‘Io credo, Signore!’. E gli si prostrò innanzi (Gv 9,35-38). In questo senso la fede, cioè la possibilità di incontrarLo davvero come significato ultimo della nostra esistenza, è un dono tutto Suo. E’ un dono dall’alto, che va anzitutto accolto, fidandoci di Lui e lasciandoLo fare.
Certo, anche noi vogliamo vedere qualcosa. Magari anche qualcosa che Lo riguarda. Ma non è detto che vogliamo vedere proprio Lui. Per stare con Lui, per adorarLo appunto. Solo Lui ci immette nella condizione di poterLo vedere, compiendo su di noi un segno: “Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: ‘Va' a lavarti nella piscina di Sìloe (che significa Inviato)’. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva” (Gv 9,6-7). Per poterLo vedere dobbiamo lasciarLo fare. E’ sempre Lui che conduce, attirandoci a Sé, nell’abbraccio dell’adorazione.

Ma è decisivo accorgersi anche dei diversi livelli della discussione, che scatena quest’uomo che, da cieco - in quanto non vedeva Gesù e neppure ci risulta che sapesse qualcosa di Lui -, arriva però a vederLo, adorandoLo come Signore della sua vita (Gv 9,35-38).
C’è anzitutto l’interpretazione parziale che ne danno i discepoli di Gesù, che vorrebbero spiegare la condizione malata di quest’uomo rifacendosi allo schema moralistico del rapporto colpa (peccato) e male (malattia): “i suoi discepoli lo interrogarono: ‘Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?’” (Gv 9,2). Ma Gesù allarga la loro intelligenza, inserendo l’esperienza del male e della sofferenza nell’orizzonte stesso del mistero di Dio. Si potrebbe persino dire – rifacendoci così anche all’esperienza di Giobbe – che se la nostra esperienza del male non è voluta direttamente da Dio, tuttavia Dio non le è affatto estraneo, in ragione proprio del raggiungimento del Suo stesso fine d’amore: “Rispose Gesù: ‘Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio’” (Gv 9,3).
Poi ci sono i vicini. Quelli che lo vedevano mendicare tutti i giorni ai margini della strada, che neppure sembrano riconoscere la verità, pur evidente, del suo cambiamento: “Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poiché era un mendicante, dicevano: ‘Non è egli quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?’. Alcuni dicevano: ‘E' lui’; altri dicevano: ‘No, ma gli assomiglia’. Ed egli diceva: ‘Sono io!’. Allora gli chiesero: ‘Come dunque ti furono aperti gli occhi?’. Egli rispose: ‘Quell'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: Va' a Sìloe e lavati! Io sono andato e, dopo essermi lavato, ho acquistato la vista’. Gli dissero: ‘Dov'è questo tale?’. Rispose: ‘Non lo so’” (Gv 9,8-12).
Andrebbero, inoltre, citati anche i suoi genitori che, pilatescamente, cioè per paura, se ne lavano le mani: “Sappiamo che questo è il nostro figlio e che è nato cieco; come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l'età, parlerà lui di se stesso” (Gv 9,20-21). Ma, soprattutto, andrebbe preso in considerazione l’atteggiamento volutamente ostile dei farisei. Ritenuti, comunemente da tutti, dei buoni avvistatori. Degli intellettuali dalla vista lunga. Ma proprio con loro il livello dell’ironia evangelica va al massimo, fino alla beffa, stando alle parole stesse di Gesù (Gv 9,39-41).

L’osservazione conclusiva è quasi ovvia. Per quanto tutti ritengano vedere quest’uomo, o qualcosa di quest’uomo che da cieco torna a vedere, tuttavia è come se nessuno s’accorgesse davvero della questione decisiva: entrare profondamente nella sua stessa esperienza visiva. Cioè rischiare di vedere ciò che Lui stesso ha cominciato a vedere aprendo i suoi occhi alla luce. A Colui che è la luce: “Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo” (Gv 9,5).

Del resto, se vogliamo essere schietti, l’esperienza eucaristica domenicale che ci è dato di fare, implica proprio la possibilità di questo passaggio decisivo: dal semplice vedere qualcosa che attiene a Gesù, o anche dall’intuire qualcosa che Lo riguarda – le Sue parole, i Suoi miracoli, persino il Suo più grande gesto d’amore eucaristico –, all’entrare più decisamente in rapporto con Gesù.
Se è pur bello ammirare chi si converte a Lui, entusiasmarsi dei santi, degli uomini e delle donne di Dio, più urgente e decisivo è, e rimane, il fatto che noi ci lasciamo raggiungere da Lui, avviando con Lui un colloquio così intimo e profondo, che altro non ci resta da fare che prostrarci. AdorandoLo come Signore nostro. Senso e pienezza della nostra vita.

Buona domenica a tutti.
don Walter Magni

mercoledì 7 marzo 2007

Terza Domenica di Quaresima (rito Ambrosiano) - 11 marzo 2007

Volto di Cristo. Rembrandt van Rijin (circa 1658). Berlino, Gemaldegalerie, Staatliche Museen

Giovanni 8,31-59: [31]Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; [32]conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». [33]Gli risposero: «Noi siamo discendenza di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi tu dire: Diventerete liberi?». [34]Gesù rispose: «In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. [35]Ora lo schiavo non resta per sempre nella casa, ma il figlio vi resta sempre; [36]se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero. [37]So che siete discendenza di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova posto in voi. [38]Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro!». [39]Gli risposero: «Il nostro padre è Abramo». Rispose Gesù: «Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo! [40]Ora invece cercate di uccidere me, che vi ho detto la verità udita da Dio; questo, Abramo non l'ha fatto. [41]Voi fate le opere del padre vostro». Gli risposero: «Noi non siamo nati da prostituzione, noi abbiamo un solo Padre, Dio!». [42]Disse loro Gesù: «Se Dio fosse vostro Padre, certo mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato. [43]Perché non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alle mie parole, [44]voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna. [45]A me, invece, voi non credete, perché dico la verità. [46]Chi di voi può convincermi di peccato? Se dico la verità, perché non mi credete? [47]Chi è da Dio ascolta le parole di Dio: per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio». [48]Gli risposero i Giudei: «Non diciamo con ragione noi che sei un Samaritano e hai un demonio?». [49]Rispose Gesù: «Io non ho un demonio, ma onoro il Padre mio e voi mi disonorate. [50]Io non cerco la mia gloria; vi è chi la cerca e giudica. [51]In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte». [52]Gli dissero i Giudei: «Ora sappiamo che hai un demonio. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: "Chi osserva la mia parola non conoscerà mai la morte". [53]Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti; chi pretendi di essere?». [54]Rispose Gesù: «Se io glorificassi me stesso, la mia gloria non sarebbe nulla; chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: "E' nostro Dio!", [55]e non lo conoscete. Io invece lo conosco. E se dicessi che non lo conosco, sarei come voi, un mentitore; ma lo conosco e osservo la sua parola. [56]Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò». [57]Gli dissero allora i Giudei: «Non hai ancora cinquant'anni e hai visto Abramo?». [58]Rispose loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono». [59]Allora raccolsero pietre per scagliarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.


Cari amici e care amiche,

la proposta quaresimale della liturgia ambrosiana può essere intesa come una grande introduzione alla fede. Domenica scorsa, ascoltando l’episodio dell’incontro di Gesù con la samaritana (Gv 4,5-42), era chiaro che per credere in Gesù non è richiesto anzitutto uno sforzo intellettuale su una serie di articolate definizioni teologiche, ma soprattutto la capacità di saper entrare in relazione con Gesù. Proprio come la Samaritana. In questo senso anche il brano evangelico di domenica prossima – 11 marzo 2007, III di Quaresima – ci descrive il dialogo sofferto di Gesù con un gruppo di Giudei (Gv 8,31-59) “che avevano creduto in lui” ( 8,31).

Cosa significa che questi Giudei “avevano creduto in lui” o, più precisamente, “che avevano creduto a lui”? Credere ‘a qualcuno’, infatti, non è ancora credere ‘in qualcuno’. Credere ‘a Gesù’, cominciando a dare credito alla Sua parola, non è come credere ‘in Lui’, entrando cioè in un rapporto più profondo con Lui. Decidendo così di sceglierLo come il senso pieno e definitivo dell’esistenza. Mettersi in gioco per Lui, ‘in Lui’ (Gv 8,30), chiede addirittura il coraggio di dare la vita per Lui. Infatti: “nessuno ha amore più grande di quello di dar la sua vita per i suoi amici” (Gv 15,13). Questa è propriamente la fede che quei Giudei non avevano ancora compreso. La fede ‘in Lui’ che attende anche ciascuno di noi.
Resta, tuttavia, il fatto che questi Giudei avevano cominciato a dare seriamente credito e valore alla parola di Gesù. Si erano cioè messi in ascolto di Lui con una certa predisposizione. Tanto che Gesù, intuendo questo, affermerà subito dopo: “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli. Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi (libererà)” (Gv 8,32).

Le complicazioni cominciano piuttosto quando nel dialogo si decide di andare alla radice della questione. Per Gesù si tratta di affermare che credere ‘in Lui’ vuol dire riferirsi anzitutto al Padre Suo che Lo ha inviato; per questi Giudei, invece, ci si poteva fermare benissimo alla paternità etnica e religiosa di Abramo. Insomma: cosa significa credere davvero alle parole di Gesù (‘a Lui?’) andando alla radice della questione, cioè arrivando a credere davvero ‘in Lui’? Dobbiamo stare alla paternità religiosa di Abramo o alla paternità ultima di Gesù? Siamo a un passaggio delicato e cruciale.
Ci sono in questo senso diversi livelli di espressione della fede.
C’è, ad esempio, un tipo di fede, anche cristiana, che ha soprattutto i tratti dell’immediatezza e di una certa emotività. Si dice di credere in Gesù perché non è difficile entusiasmarsi di Lui. SeguendoLo fondamentalmente perché proprio il Suo modo di fare, di parlare, come anche i Suoi stessi miracoli, ci affascinano. Poi arriva la prova. Il momento nel quale è importante decidere se stare con Lui o prendere posizione contro di Lui. Anche il Vangelo conosce degli esempio eclatanti da questo punto di vista. Basterebbe ricordare il finale del cap. VI di Giovanni (“Il pane di vita”), quando, a conclusione di un’altra lunga discussione, si dice: “Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao. Molti dei suoi discepoli, dopo averlo ascoltato, dissero. ‘Questo linguaggio è duro, chi può intenderlo?’ (…) Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui” (Gv 6,59-66).

Ma c’è anche un modo di credere in Gesù che fa leva in modo esplicito sul valore determinante della tradizione. E’ chiaro che la fede – anche la fede cristiana – è certamente frutto di quella trasmissione che proprio la tradizione della Chiesa attua lungo la storia degli uomini. Ma se la tradizione della fede perdesse per strada l’interlocutore principale della fede stessa – Gesù, il Figlio di Dio – allora il rischio sarebbe quello di fossilizzare l’attenzione su una tradizione sterile, fatta di leggi, di citazioni, di cose da fare e da non fare che vanno osservate senza saperne la ragione. I Giudei che stavano dialogando con Gesù erano disposti ad ascoltarLo fino a quando Gesù e le Sue parole fossero stati funzionali alla loro tradizione che mutuava da Abramo l’inizio della religiosità ebraica. Ma se Gesù cercava di portarli alla radice della loro fede, cioè a chi stava ben prima di Abramo (“Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò”, Gv 8,56), allora scattava la polemica (Gv 8,37-59), fino addirittura a raccogliere “pietre per scagliarle contro di lui” (Gv 8,59).

Qual è invece la radice profonda e ultima della fede di Gesù? della fede che Lui stesso chiedeva proprio a quei Giudei di ascoltare e comprendere bene? La relazione profonda e singolare che Lui ha col Padre Suo. E questo è anche il punto più decisivo e inequivocabile della fede cristiana. Che del resto anche Gesù, per primo, ha messo in atto con grande decisione per tutta la Sua vita. E, naturalmente, Gesù chiede questo anche a ciascuno di noi.
Non si tratta tanto di credere a parole che Gesù è il Figlio di Dio, come più volte Gesù stesso afferma espressamente nei Vangeli. Ma di lasciarci prendere concretamente da ciò che proprio questa relazione tra Gesù e il Padre Suo esplicitamente comporta. Si tratta, infatti, di una relazione d’amore che non sta chiusa in se stessa, ma per sua stessa natura, trasborda da sé e coinvolge tutti coloro che Gesù incontra. Tanto che se Gesù per amore del Padre Suo finisce per morire in croce, dando la vita per noi, inevitabilmente questa stessa logica d’amore non può non coinvolgere anche noi.
E’ infatti il Padre Suo che ha chiesto a Gesù, Suo Figlio, di continuare a testimoniare tra noi la possibilità reale e concreta di un amore gratuito e senza limiti. Un amore senza confini e barriere. Capace di arrivare “sino alla fine” (Gv 13,1).

Questo, dunque, è proprio il senso ultimo dell’Eucaristia alla quale, di domenica in domenica, decidiamo di partecipare. Proprio questa precisa parola d’amore ci viene dato di ascoltare. E insieme ci viene donato incondizionatamente il Suo stesso corpo e il Suo sangue. La grazia di poterLo ricevere ancora vi riempia di gioia e doni a tutti la Sua pace.

Buona domenica a tutti.
don Walter Magni (donwalter@unibocconi.it)

giovedì 1 marzo 2007

Il Vangelo - Domenica 4 Marzo 2007

Duccio di Boninsegna, Gesù e la Samaritana (1310-1311)


Giovanni 4,-5-42: [5]Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: [6]qui c'era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. [7]Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: «Dammi da bere». [8]I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. [9]Ma la Samaritana gli disse: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. [10]Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». [11]Gli disse la donna: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest'acqua viva? [12]Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?». [13]Rispose Gesù: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; [14]ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna». [15]«Signore, gli disse la donna, dammi di quest'acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». [16]Le disse: «Va' a chiamare tuo marito e poi ritorna qui». [17]Rispose la donna: «Non ho marito». Le disse Gesù: «Hai detto bene "non ho marito"; [18]infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». [19]Gli replicò la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta. [20]I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». [21]Gesù le dice: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. [22]Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. [23]Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. [24]Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità». [25]Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa». [26]Le disse Gesù: «Sono io, che ti parlo». [27]In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliarono che stesse a discorrere con una donna. Nessuno tuttavia gli disse: «Che desideri?», o: «Perché parli con lei?». [28]La donna intanto lasciò la brocca, andò in città e disse alla gente: [29]«Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?». [30]Uscirono allora dalla città e andavano da lui. [31]Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». [32]Ma egli rispose: «Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». [33]E i discepoli si domandavano l'un l'altro: «Qualcuno forse gli ha portato da mangiare?». [34]Gesù disse loro: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. [35]Non dite voi: Ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. [36]E chi miete riceve salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché ne goda insieme chi semina e chi miete. [37]Qui infatti si realizza il detto: uno semina e uno miete. [38]Io vi ho mandati a mietere ciò che voi non avete lavorato; altri hanno lavorato e voi siete subentrati nel loro lavoro». [39]Molti Samaritani di quella città credettero in lui per le parole della donna che dichiarava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». [40]E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregarono di fermarsi con loro ed egli vi rimase due giorni. [41]Molti di più credettero per la sua parola [42]e dicevano alla donna: «Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Cari amici e care amiche,
l’episodio dell’incontro di Gesù con la Samaritana, che sarà proclamato domenica prossima - II domenica della Quaresima ambrosiana (4 marzo 2007) -, è noto. Sarebbe già interessante comprendere la singolare relazione che Gesù ha con i samaritani. Di loro i vangeli non registrano mai un nome proprio. Sono sempre detti genericamente ‘samaritani’, come fossero uno specchio, nel quale poterci riconoscere anche noi. Tanto che, quando Gesù decide di parlare delle diverse espressioni dell’amore, spuntano sempre dei samaritani. Se vuole alludere ad un amore capace di solidarietà autentica, racconta la parabola del buon samaritano (Lc 10,29-37); o, se intende dipingere il senso della gratuità dell’amore, allora guarisce dieci lebbrosi (Lc 17,11-19), uno dei quali – il solo capace di ritornare a ringraziarlo – era un samaritano. E se propone un itinerario percorribile alla fede, Gesù Si lascia raggiungere – avendola raggiunta Lui per primo – da una donna samaritana.

Dunque: “Gesù giunse ad una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c'era il pozzo di Giacobbe” (4,5-6), evidenziando che l’iniziativa è Sua, anche per l’immediatezza con la quale manifesta una Sua esigenza: “stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samarìa ad attingere acqua. Le disse Gesù: ‘Dammi da bere’” (4,6-7).
Gesù stabilisce subito con la Samaritana una relazione concreta e diretta. Superando pregiudizi etnici e religiosi fortissimi – “I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani” (4,9) –, ma anche una presunzione d’etica professionale. Un rabbi non avrebbe mai dovuto parlare in pubblico ad una donna, per giunta scomunicata perché samaritana. Così Gesù e questa donna cominciano ad avere un punto in comune, inequivocabile: una normale sete d’acqua che poteva essere soddisfatta attingendo al pozzo di Giacobbe.
Pur di farci sentire la Sua sete d’amore (“Ho sete”, Gv 19,28), Gesù Si lascia abitare dai bisogni più elementari (“Dammi da bere” Gv 4,7). Siamo in presenza della straordinaria bellezza dell’inserzione della Sua stessa carne nella nostra (Gv 1,14). Si spiega così il confronto che segue, tra l’acqua del pozzo di Giacobbe, che placa soltanto l’arsura del corpo e l’acqua viva che sgorga da una fonte inesauribile: “‘Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: ‘Dammi da bere!’, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva’. Gli disse la donna: ‘Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?’” (4,10-12). E la Samaritana sta per accorgersi che proprio Gesù è la vera fonte d’acqua viva: “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva” (Gv 7,37)

Ma Gesù mette in atto una seconda strategia per raggiungere il cuore di questa donna, volendola stringere profondamente a Sé, come solo Dio sa fare: l’uso della provocazione. MettendoSi cioè a scavare, entrando negli anfratti di un cuore già ferito e provato. Egli va al cuore delle cose, attraversando le questioni di cuore. Infatti “Le disse: ‘Va’ a chiamare tuo marito e poi ritorna qui’. Rispose la donna: ‘Non ho marito’. Le disse Gesù: ‘Hai detto bene ‘non ho marito’; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero’” (4,16-18).
Le stanchezze affettive – anche le più complesse e confuse – diventano spazio reale per restare con Lui, dando così riposo ad un cuore inquieto. Come direbbe Agostino: “Ci hai fatti per te Signore, e il nostro cuore è inquieto fino a quando non riposa in te” (Confessioni, 1).
Per accedere alla “verità tutta intera” (Gv 16,13), Dio chiede di non temere le nostre – e altrui – fragilità (“in questo hai detto il vero”), perché il cammino della fede non prescinde dalle concrete e complesse esperienze dell’esistenza umana. Piuttosto l’attraversa e l’innalza.

Infine, se della Samaritana non sappiamo il nome, tuttavia è lei, che lungo il racconto, si rivolge a Gesù con una serie di nomi che gradualmente Lo definiscono. Quasi un sottile gioco d’amore, dove per un verso Gesù si lascia interpretare da lei e, per un altro, è il cuore stesso della Samaritana che ormai desidera comprenderLo nel Suo stesso mistero. Dapprima Lo chiama “Giudeo” (4,8), con tono sprezzante e staccato; poi Lo qualifica come “Signore” (4,11.15), e, poco più avanti, come “un profeta” (4,19). Sino a poterLo riconoscere, indirettamente, come “Messia”: “Gli rispose la donna: ‘So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa’. Le disse Gesù: ‘Sono io, che ti parlo’” (4,25-26).
Quest’ultimo passaggio merita una precisazione. Se la Samaritana introduce il termine che identifica pienamente Gesù, solo Lui può autoproclamarSi veramente ‘Messia’. La fede, infatti, è dono che scaturisce anzitutto dal cuore di Dio. Cadono così anche tutte le possibili barriere religiose costruite dalla rigidezza e dai fondamentalismi degli uomini. Se è vero che “la salvezza viene dai giudei” (4,22), tuttavia “è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità” (4,23-24). Gesù, dunque, è il ‘Messia’ non perché aggiunge un’espressione religiosa nuova a quella giudaica o samaritana preesistenti, ma in quanto da compimento – “in spirito e verità” – a qualsiasi sete religiosa degli uomini.
Proprio a questa soglia giunge la sete di senso della Samaritana. Sete che non dovranno mai più mancare in una autentica definizione della fede cristiana, così come Gesù ce l’ha trasmessa.

L’incontro domenicale con la parola di Dio e col corpo e sangue del Signore, dia senso a ogni nostra attesa e soddisfi pienamente la sete profonda che tutti abbiamo di Lui.
Buona domenica.

don Walter Magni (donwalter@unibocconi.it)