martedì 30 ottobre 2007

XXX Domenica del Tempo Ordinario


Icona del fariseo e del pubblicano, Chiesa della Trasfigurazione (Marietta-Georgia)

Luca 18,9-14: [9]Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: [10]«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. [11]Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. [12]Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. [13]Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. [14]Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato».

Cari amici e care amiche,

domenica prossima (28 ottobre 2007) si celebra la XXX domenica del Tempo Ordinario. La lettura continua del Vangelo di Luca propone l’ascolto della parabola del fariseo e del pubblicano (18,9-14). Al termine della parabola precedentemente raccontata (la vedova che importunava un giudice che non credeva in Dio), Gesù aveva chiesto: “Quando il Figlio dell’uomo tornerà troverà ancora la fede sulla terra?” (18,8). La fede è un dono così delicato che il Figlio dell’uomo è persino disposto a non trovarla sulla terra. L’amore, infatti, non si impone mai. Semplicemente si propone. In questo senso Dio sembra essere addirittura disposto ad accettare che i credenti perdano la fede che è stata depositata nei loro cuori.

Prendendo spunto da questo filone interpretativo – la fragilità della condizione di fede nella quale si trova a essere qualsiasi credente – è chiaro che la parabola del fariseo e del pubblicano, che segue immediatamente la domanda di Gesù a riguardo della fede, risponde al nostro personale interrogativo circa questo dono. Questa è, infatti, la conclusione di Gesù: “Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”. Mentre il pubblicano (pubblico peccatore) esce dal Tempio ‘giustificato’, il fariseo (rappresentante per eccellenza dell’ufficialità religiosa colta) se ne va ‘condannato’. Se il dono della fede è per tutti, pubblicani e farisei, non è certo l’ufficialità religiosa farisaica che la sostiene di principio, ma piuttosto e anzitutto un cuore umile e consapevole della propria condizione di peccatore. Come dice anche il salmo: “Sacrificio gradito a Dio è uno spirito afflitto; tu, Dio, non disprezzi un cuore abbattuto e umiliato” (51,17). In questo senso si potrebbe persino concludere, paradossalmente, dicendo: fin quando sulla terra qualcuno avrà il coraggio di riconoscre il proprio peccato davanti a Dio, una cosa è certa: la fede continuerà a sussitere sulla terra!

Ma questa parabola tocca soprattutto il grande tema della preghiera. Si dice, infatti: “Due uomini salirono al tempio a pregare”. Ambedue vogliono pregare, salendo al Tempio che, non è solo elevato rispetto alla città, ma simbolicamente esprime nella sua stessa architettura, alta e solenne, il bisogno che l’uomo ha di un senso che va oltre sé. Quasi dimenticandosi. Nella preghiera – che è anzitutto un’azione profondamente umana – l’uomo desidera in primo luogo ritrovare e riconoscere Dio, come principio e signore. Ma qui l’atteggiamento di fondo cambia, perchè “uno era fariseo e l’altro pubblicano”.

Il fariseo, pur essendo un esperto di preghiera, ci introduce a capire cosa la preghiera non è. Per quanto stia “in piedi”, ritto ‘davanti a Dio’, intrattenendosi con Lui come Suo interlocutore, tuttavia l’intenzione più profonda del suo cuore non è quella di relazionarsi con Dio, ma anzitutto con se stesso, dato che di fatto “pregava tra sé”.
Inoltre, è consapevole che la preghiera di ringraziamento è di certo l’espressione più alta della preghiera: “O Dio, ti ringrazio”, ma la ragione vera del suo rendimento di grazie (eucaristia) è tutto incentrato su di sé, perché “non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo”.
Il pubblicano “invece” – di fatto escluso per Legge dal poter esprimere al Tempio una preghiera ben fatta – ci introduce speditamente al senso profondo della preghiera e della preghiera cristiana: “fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo”. Se pur resta vero che egli non pratica con la dovuta frequenza il Tempio – ma per sé non lo può praticare propriamente –, tuttavia questo pubblicano rivela un senso profondo di Dio. Un ‘timor Domini’ così trasparente che, in quanto tale, basta per stare al Suo cospetto: “non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo”. Quelle sue stesse mani, che spesso sono servite a elencare tasse e contar danaro, non si alzano solennemente al cielo. Piuttosto, stando al Suo cospetto, con esse, molto più semplicemente,“si batteva il petto”. Come le folle che, al cospetto di Gesù crocifisso, “ripensando a quanto era accaduto se ne tornavano percotendosi il petto” (Lc 23,48). Così, intuendo sempre più profondamente l’amore di Dio e la Sua Misericordia, il pubblicano finisce per percepire la verità più profonda di sé: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Non chiede alcun riconoscimento per sé e si identifica per quello che è veramente.

Ascoltando questa parabola non siamo certo davanti a un trattato sulla preghiera. Se fossimo partiti dall’importanza e dal primato della preghiera di ringraziamento come la sedicente preghiera del fariseo, avremmo poi potuto continuare elencando anche altre importanti espressioni della capacità umana di pregare. Il pubblicano invece, senza troppe disquisizioni, ci sta davanti come una immagine essenziale della stessa fede cristiana, della fede così come ce l’ha insegnata Gesù. Una preghiera, la sua, fatta di grande abbandono, di immediata confidenza, di un’umile e schietta lettura di sé.
Anzi, in questa prospettiva, viene alla mente la stessa preghiera di Gesù. La preghiera del ‘Padre nostro’ secondo la versione essenziale del Vangelo di Luca (11,2-4). Per un verso, ritroviamo nei suoi tratti più veri il senso della preghiera, anzitutto come lode e ringraziamento: “Padre sia santificato il tuo Nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà”, mentre, la seconda parte: “dacci ogni giorno il pane nostro, quello quotidiano, e rimetti a noi i nostri peccati, anche noi infatti li rimettiamo ad ogni nostro debitore e non indurci nella prova.”, ripropone in modo più disteso e sentito la preghiera stessa del pubblicano.

Cari amici e care amiche, sicuramente è importante imparare a pregare. Ma allora dobbiamo saper passare dal semplice desiderio – che talvolta rimane sin troppo astratto, tanto da non concretizzarsi mai – ad un esercizio paziente e umile, stando alla sequela stessa di Gesù. Il Maestro indiscusso della preghiera e di ogni forma di preghiera. Gesù, passando tra noi per parlarci di Dio, ha segnato definitivamente il senso ultimo della preghiera dell’uomo e di ogni uomo. In Lui Dio Si è definitivamente incarnato, umiliato e realizzato. Indicandoci, nell’esperienza della Sua croce, il cammino che solo ci conduce a libertà. Così, la condizione umile e definita della nostra carne, dentro questa nostra storia, rimane lo spazio concreto che porta a compimento anche la nostra esistenza. Per questo diciamo ogni giorno “sia fatta la tua volontà”. Senza dimenticare alcune importanti indicazioni che sempre Gesù rivolge ai Suoi: “disse loro una parabola sull’importanza di pregare sempre, senza stancarsi” (Lc 18,1) e ancora: “pregate, per non cadere nella tentazione” (Lc 22,40).

Gesù, il “Giusto” (Lc 23,47) che solo giustifica – “siete stati riscattati a caro prezzo” (1 Cor 7,23) –, vi dia la Sua pace e riempia ancora il vostro cuore di speranza.

Che sia una buona domenica per tutti.

domenica 21 ottobre 2007

Dedicazione della Chiesa Cattedrale (rito ambrosiano)

Assisi, Crocifisso di San Damiano (particolare)

Mentre Francesco passava vicino alla chiesa di San Damiano, fu ispirato a entrarvi. Andatoci prese a fare orazione fervidamente davanti all’immagine del Crocifisso, che gli parlò con commovente bontà: «Francesco, non vedi che la mia casa sta crollando? Va’ dunque e restauramela». Tremante e stupefatto, il giovane rispose: «Lo farò volentieri, Signore». Egli aveva però frainteso: pensava si trattasse di quella chiesa che, per la sua antichità, minacciava prossima rovina. Per quelle parole del Cristo egli si fece immensamente lieto e raggiante; sentì nell’anima ch’era stato veramente il Crocifisso a rivolgergli il messaggio (Fonti Francescane, 1411). Ecco la preghiera di Francesco davanti al Crocifisso: “Altissimo, glorioso Dio,illumina le tenebre de lo core mio. E damme fede dritta, speranza certa e caritade perfetta, senno e cognoscemento, Signore, che faccia lo tuo santo e verace comandamento. Amen”.

Giovanni 10,22-30: [22]Ricorreva in quei giorni a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d'inverno. [23]Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone. [24]Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando terrai l'animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». [25]Gesù rispose loro: «Ve l'ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza; [26]ma voi non credete, perché non siete mie pecore. [27]Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. [28]Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. [29]Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. [30]Io e il Padre siamo una cosa sola».


Cari amici e care amiche,

domenica prossima (21 ottobre 2007) ricorre, secondo il Rito Ambrosiano, la Festa della Dedicazione della Chiesa Cattedrale. Proprio come “ricorreva in quei giorni a Gerusalemme la festa della Dedicazione” del Tempio, per stare al brano evangelico proposto in occasione di questa festività liturgica (Gv 10,22-30). Addirittura l’Evangelista Giovanni nota che “era d’inverno”. Questa festa faceva memoria della riconsacrazione del Tempio che era stato profanato, come ricorda il I Libro dei Maccabei (4,36). Era come se il Signore, dopo che il Suo popolo era stato esiliato, volesse tornare ad avere una casa in mezzo al Suo popolo.

Proprio questo introduce una prima domanda: ma dove abita Dio? Ad esempio: stando al vecchio catechismo la risposta risulta già chiara: “Dio è in cielo, in terra e in ogni luogo: egli è l’immenso”. Come dire che se Dio è ‘immenso’, allora non è circoscritto in un luogo preciso, ma la Sua presenza si dilata al punto da riuscire ad abbracciare ogni realtà creata.
Se tutto questo dice un aspetto vero della realtà di Dio (o del divino in genere), tuttavia gli uomini, in forza della loro stessa natura religiosa, hanno sempre cercato di delimitare uno spazio entro il quale collocare la presenza del loro Dio. Non c’è, infatti, una religione che non si esprima spazialmente in un tempio, in una ‘chiesa’. Ecco, dunque, sorgere edifici sacri maestosi, con cupole eleganti e campanili o minareti che mirano al cielo. Se, per un verso, è importante affermare che Dio è dappertutto, per un altro è pure comprensibile l’esigenza di circoscriverLo in uno spazio sacro, più ristretto e raccolto. Dove la Sua presenza diventi più intensa, quasi più accessibile e riconoscibile.

Questa esigenza, che del resto il Signore comprende benissimo perché caratterizza il nostro modo di sentire e di pensare Dio, può però risultare non solo restrittiva nei Suoi confronti, ma anche pericolosa su un fronte propriamente umano e sociale. Per un verso, non è mai mancato il rischio di costringere Dio dentro degli schemi ideologici e funzionali, sin quasi a imprigionare e costringere Dio a obbedire a qualche nostro capriccio. TrasformandoLo in un idolo del quale disporre a nostro uso e consumo.
In questo modo il ‘mio Dio’ non è più il Dio dell’altro, così come la ‘mia chiesa’ non è quella di un altro o degli altri. Così sono nati e si sono sviluppati certi fanatismi religiosi, tutti i cosiddetti fondamentalismi religiosi e le stesse guerre di religione, combattute in nome di un Dio che, requisito dagli uni, non poteva certo essere a disposizione degli altri.
Ma Dio non accetterà mai d’essere privato della libertà d’essere Se stesso. In questo modo, tutte le volte che i teologi di tutte le religioni hanno tentato di costringere il mistero di Dio in formule troppo rigide e sicure, Dio stesso Si sottrae alle loro cattedre e alle loro facoltà. Così come – per stare a un discorso più circoscritto e cristiano – tutte le volte che una confessione cristiana ha preteso di ergersi con autoritarismo ideologico ad affermare, assolutizzandolo, qualche aspetto della fede, inevitabilmente il Dio che ci ha rivelato Gesù Si sente a disagio e fatica ad essere percepito e annunciato.

Infatti: è Dio che ha il diritto di decidere e propriamente decide dove abitare. E, dunque, di stabilire come e dove deve essere concretamente la Sua casa. Ma allora: come Dio prende casa tra gli uomini? Dove propriamente Si lascia individuare e raggiungere? Insomma: dove abita il Dio di Gesù?
Intanto sarebbe interessante riandare a un episodio del Secondo Libro di Samuele, nel quale il re Davide manifesta al profeta Natan il desiderio di voler costruire al Signore una casa. Ma il Signore, quella stessa notte dice a Natan: “Va’ e riferisci al mio servo Davide: Dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Ma io non ho abitato in una casa da quando ho fatto uscire gli Israeliti dall’Egitto fino ad oggi; sono andato vagando sotto una tenda, in un padiglione. Finché ho camminato, ora qua, ora là, in mezzo a tutti gli Israeliti, ho forse mai detto ad alcuno dei Giudici, a cui avevo comandato di pascere il mio popolo Israele: Perché non mi edificate una casa di cedro?” (7,6-7). Come dire che non è Davide o non siamo noi che possiamo costruire una casa al Signore, ma è piuttosto Lui che vorrebbe costruire una casa a noi. Anzi una casa per restare in mezzo a noi.
Certo il passaggio è delicato, ma estremamente importante e decisivo: la casa, la dimora che Dio ha voluto da sempre costruire e stabilire in mezzo a noi e per noi ha un nome preciso e inequivocabile per i cristiani: si chiama Gesù.

Qui sarebbe interessante riprendere alcune espressioni del Vangelo di Giovanni – al quale, del resto, appartiene anche il brano evangelico proposto per domenica prossima –, che in alcuni passaggi ama intrecciare la realtà di Dio con l’immagine dell’abitare, dell’inabitare. Passaggi nei quali Gesù, con accenti affettuosi indicibili, parla propriamente del fatto che il Padre abita in Lui e Lui nel Padre: “Non credi tu che io sono nel Padre e che il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico di mio; ma il Padre che dimora in me, fa le opere sue” (Gv 14,10); e ancora: “Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me” (Gv 14,11).

Forse questo mio scritto vi risulterà una introduzione un po’ lontana dal brano evangelico che la liturgia della Dedicazione della Chiesa Cattedrale ci proporrà di ascoltare domenica prossima. Non è così. Rileggendolo non sarà difficile cogliere dei passaggi e delle espressioni che, riascoltate in questa prospettiva diventano più chiare ed evidenti. Da una parte, ci sono i farisei che, stando nel ‘loro’ Tempio aggrediscono Gesù con le loro domande: “Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: ‘Fino a quando terrai l’animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente’”; dall’altra, sta Gesù che – proprio identificandoSi con il Tempio, in quanto è anzitutto la casa di Suo Padre, risponde loro con molta franchezza: “Ve l’ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza; ma voi non credete, perché non siete mie pecore”.
Cosa, dunque, è decisivo e importante in questa situazione per certi aspetti così dialettica, fatta di incomprensione e di sospetto tra i farisei e Gesù? Essere Sue pecore, essere docili a Lui, stare semplicemente e tenacemente dalla Sua parte, sentendosi umilmente pecore del Suo gregge: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola”.

Questo è anche il senso profondo e ultimo della nostra appartenenza ecclesiale. Questo è, soprattutto, il senso, il motivo per il quale di domenica in domenica ci raduniamo in una chiesa per celebrare l’Eucaristia di Gesù. Lui che “non ha una pietra dove posare il capo” (Mt 8,20 e Lc 9,58) ci insegni a saper stare, a saper abitare là dove qualcuno soffre, là dove qualcuno spera o, forse deluso, non sa più in chi e come sperare ancora. Infatti, “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Io non son venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori” (Mc 2,17). Gesù, inviato dal Padre, abita là dove c’è un uomo da ascoltare, da amare. Qualsiasi uomo, che l’attenda o no.
Questo ci riempi di una grande speranza. Questo ci regala una immensa gioia. Non è forse così? Buona domenica a tutti.

don Walter Magni

giovedì 11 ottobre 2007

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

Jean Michel Folon

Luca 17,11-19: [11]Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea. [12]Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, [13]alzarono la voce, dicendo: «Gesù maestro, abbi pietà di noi!». [14]Appena li vide, Gesù disse: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono sanati. [15]Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; [16]e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano. [17]Ma Gesù osservò: «Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? [18]Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?». E gli disse: [19]«Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».


Cari amici e care amiche,

domenica prossima (XXVIII del Tempo Ordinario, 14 ottobre 2007) il Vangelo di Luca (17,11-19) riferisce l’episodio della guarigione di dieci lebbrosi da parte di Gesù che sta per affrontare la terza tappa della Sua salita a Gerusalemme: “in viaggio verso Gerusalemme”, anche se una traduzione più precisa direbbe: “e avvenne nell’andare a Gerusalemme”.

Nel viaggio, stando alla geografia descrittaci da Luca, Gesù attraversa ‘prima’ la Samaria, terra dell’infedeltà e dell’adorazione di un Dio che gli stessi samaritani non conoscono secondo Gesù (Gv 4,22), e ‘poi’ la Galilea, regione dove ha vissuto una trentina d’anni, tanto da essere chiamato “il Galileo” (Mt 26,69). Siamo davanti a un percorso singolare, trovandosi Gerusalemme in Giudea e la Samaria tra la Giudea e la Galilea. La ragione per la quale “Gesù attraversò (prima) la Samaria e (poi) la Galilea” è, dunque, da ravvisare nel primato dato all’annuncio della misericordia di Dio non secondo la ricerca della strada più comoda e lineare, ma secondo l’intenzione costante di Gesù di lasciarSi condurre nella complessità delle relazioni umane: “ed egli disse loro: ‘Andiamo altrove, per i villaggi vicini, affinché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto’” (Mc 1,38).

Decide, dunque, di entrare “in un villaggio”, mentre “gli vennero incontro dieci lebbrosi” che, stando alla Legge, si fermano “a distanza”, restando comunque – sempre secondo la Legge – fuori dal villaggio. Anche se – stando al Vangelo di Luca – un altro lebbroso s’era già buttato ai Suoi piedi, osando persino toccarLo (5,13), nonostante il contatto con una persona affetta da tale malattia fosse considerato pericolosamente contagioso.
La Legge viene, invece, infranta dalla voce di questi lebbrosi che non dovrebbero neppure interpellarLo. Infatti, essi, vedendo Gesù, “alzarono la voce, dicendo: ‘Gesù maestro, abbi pietà di noi!’”. Se Gesù – in ragione del nome – è “Dio (che) salva” (= Gesù, Jeshoua) – tanto che solo in Luca i malati e i peccatori osano invocarLo servendosi del Suo nome: 18,38 e 23,42 –, tuttavia Egli resta comunque un “maestro”, dotato cioè di forza e di sapere, capace per questo di trasmettere loro una salute – non ancora una salvezza – desiderata: “Abbi pietà di noi!”.

Non viene descritto un particolare e meticoloso rituale di guarigione. E’ come se a Gesù stesse a cuore ben altro: “appena li vide, Gesù disse loro ‘andate e presentatevi ai sacerdoti’”. Mettendoli immediatamente davanti alla responsabilità che la Legge prescrive a tutti coloro che guarivano da una tale malattia (Lc 14,2). Piuttosto è interessante notare che in questo modo Gesù chiede loro di precederLo proprio sulla strada che conduce a Gerusalemme. Proprio là dove Lui stesso Si sta definitivamente recando.
In questo senso Gesù diventa per tutti loro l’interpretazione autentica della Legge. Una rilettura della Legge a un tempo innovativa dal punto di vista esegetico e, al contempo, pure trasparente e luminosa per la ragione evidente della salute riacquistata con tale immediatezza. Se, per un verso, sono proprio questi lebbrosi che, presi dalla disperazione, trasgrediscono la Legge, per un altro è Gesù stesso che li introduce in questa prospettiva, invitandoli a saper cogliere la verità definitiva che proprio Lui finisce per rappresentare. Come se Gesù stesso fosse la Legge nuova, che, facendo loro sperimentare il passaggio dalla malattia alla salute, aprisse loro la strada a una più profonda salvezza. Come? Chiedendo a ciascuno di loro di fidarsi anzitutto di Lui e della Sua Parola. Il segreto dell’amore, infatti, sta propriamente nell’affidamento: “Maestro, tutta la notte ci siamo affaticati, e non abbiamo preso nulla; però, secondo la tua parola, getterò le reti” (Lc 5,5).

Fidandosi di Lui, i lebbrosi guariti se ne vanno spediti a Gerusalemme, mentre qualcosa comincia a realizzarsi davvero: “E mentre essi andavano furono sanati”. E’ dunque l’obbedienza a Lui che li salva, nella misura in cui, sulla Sua Parola, accettano di andare oltre e altrove. E, se pure sono stati guariti, resta per ciascuno di loro il compito di comprendere meglio ciò che è avvenuto, raggiungendo il segno nel suo più profondo significato e valore. Conta, infatti, anzitutto riconoscersi peccatori, profondamente bisognosi di Lui e della Sua misericordia: “Non i sani hanno bisogno del medico, ma i malati. Io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori” (Mc 2,17).

Scatta dunque l’ora della verità. Ci si poteva fermare, da parte di questi lebbrosi guariti, alla semplice constatazione della guarigione avvenuta oppure avviare, in termini di ringraziamento, una relazione capace di aprire davvero al senso profondo e singolare della fede. Ma solo uno si avvierà per questa strada: “uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro”. Dallo sguardo dato solo ai propri bisogni siamo, infatti, tutti chiamati ad accogliere il dono e il valore di una relazione, dove l’amore diventa lode e ringraziamento: “lodando Dio a gran voce”. Una lode che diventa persino adorazione: “e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo”.

Lodare Dio, gettandosi “ai piedi di Gesù”, è per quest’uomo un vero e proprio culto eucaristico – di ringraziamento – di Dio. A questo punto l’Evangelista nota: “era un Samaritano”. Perché, come afferma Gesù nel contesto dell’incontro con una donna samaritana: “è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre (…). E’ giunto il momento (…) in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità” (Gv 4,21.23). E Gesù si meraviglia dell’incapacità di gratuità che caratterizza gli altri nove: “Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?”.

Il senso ultimo dell’esistenza non si esaurisce in una trama di leggi da osservare scrupolosamente, ma, a partire da Gesù, nostro Salvatore, sta in una relazione d’amore con Lui. Proprio come Lui, per primo, ci ha insegnato. E proprio questo ancora una volta ci ripete la domenica, al termine della celebrazione eucaristica: “Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!”. Ci si rialza per risorgere con Lui, al fine di andarsene davvero liberi e salvati per il mondo, mentre altri – gli altri nove, appunto – continuano ad aggirarsi tra gli ambulatori dei nostri templi della salute, pur di ottenere, a qualsiasi costo, un certificato che ci assicuri chissà quale guarigione.

Che sia una buona domenica per tutti.

domenica 7 ottobre 2007

Entrata nella Parrochia di Dio Padre a Milano 2, Segrate


Oggi, domenica 7 ottobre 2007, sono divenuto parroco della parrocchia di Dio Padre di Milano 2.

XXVII Domenica del Tempo Ordinario

"Je te fiancerai a moi dans la tendresse"

Luca 17,5-10: 1Disse ancora ai suoi discepoli: "E` inevitabile che avvengano scandali, ma guai a colui per cui avvengono. 2E` meglio per lui che gli sia messa al collo una pietra da mulino e venga gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. 3State attenti a voi stessi! Se un tuo fratello pecca, rimproveralo; ma se si pente, perdonagli. 4E se pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte ti dice: Mi pento, tu gli perdonerai". 5Gli apostoli dissero al Signore: 6"Aumenta la nostra fede!". Il Signore rispose: "Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe. 7Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? 8Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu? 9Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? 10Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare".

Cari amici e care amiche,

domenica 7 ottobre si celebra la XXVII domenica del Tempo Ordinario. Nel brano di Luca 17,5-10, Gesù, dopo che S’era rivolto a pubblicani e peccatori, ai Suoi discepoli e ai farisei, ha davanti gli apostoli, i Suoi più stretti collaboratori, ai quali aveva detto: “E’ inevitabile che avvengano scandali, ma guai a colui per cui avvengono. E’ meglio per lui che gli sia messa al collo una pietra da mulino e venga gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli” (17,1-2); soprattutto, però: “State attenti a voi stessi! Se un tuo fratello pecca, rimproveralo; ma se si pente, perdonagli. E se pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte ti dice: Mi pento, tu gli perdonerai” (17,3-4). Anche nelle nostre comunità si pecca, causando scandalo. Per questo è necessario saper perdonare con la stessa misericordia del cuore di Dio.

In questo senso, dunque, gli apostoli dicono a Gesù: “Aumenta la nostra fede!”. Cioè: “alla fiducia che già riponiamo in Te, Tu aggiungi ancora fede (aggiungici fede)”. Colpisce, tuttavia, il fatto che ad esprimere una preghiera così intensa e accorata non siano solo dei discepoli, ma proprio coloro che, all’interno della comunità del Signore, hanno un compito di maggiore responsabilità. Ben oltre un’esigenza meramente quantitativa, essi, ben intuendo la misericordia smisurata di Dio che proprio in Gesù si è rivelata, si sentono chiamati, cioè propriamente mandati (apostoli), ad annunciare qualcosa che supera le loro stesse forze.

Per questo nella Sua replica Gesù va diritto alla questione della fede, senza astrattezze definitorie, ma, affidandoSi, com’è Suo solito, a immagini ed esempi ripresi dalla vita: “Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe”. Se la fede non si misura anzitutto in termini quantitativi, la sua qualità, già riversata con abbondanza da Lui nella terra della nostra povertà e inadeguatezza, sarà sempre come un seme, che dall’interno è capace di sprigionare forze e dinamismi imprevedibili. Tanto che Paolo stesso poteva affermare: “quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10).

Dalla fede, paragonata inizialmente alla forza dirompente di un piccolo seme, si passa così alla parabola del ‘servo inutile’: “Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: ‘Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu? Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?”.

Mentre l’immagine del seme fissava l’attenzione anzitutto sul valore della fede in se stessa, questo breve racconto inscrive più direttamente l’azione della fede nel cuore stesso dei discepoli di Gesù. Paragonati non a dei padroni, ma anzitutto a dei servitori della fede stessa. Come anche Paolo afferma: “Così, ognuno ci consideri servitori di Cristo e amministratori dei misteri di Dio” (1 Cor, 41). Come se la fede stessa richiedesse, per essere meglio compresa (cioè: accolta e vissuta), una sorta di abbandono, di fiducia, di spossessamento di sé, senza più alcuna riserva e pretesa. Proprio come un servo che sa d’essere totalmente dedicato alla causa del suo padrone, fedele a lui soltanto, interamente disponibile alla sua causa.

Proprio questo ci aiuta a meglio comprendere in cosa consiste precisamente la radice dell’apostolicità di un discepolo del Signore. Una lettura immediata di questa significativa figura nella Chiesa, a partire dai primi apostoli di Gesù per arrivare, nella successione apostolica, sino ai nostri giorni, metterebbe inevitabilmente l’accento sull’importanza della funzione e sullo specifico del servizio apostolico stesso. Mentre l’accento andrebbe messo decisamente sullo stile della dedizione e sullo zelo propri del servo, più che non sull’importanza di ciò che fa o dovrebbe fare. Questo definisce anzitutto la qualità di un apostolo. Conta il rapporto di ‘servitù’ nei confronti di Dio, prima che l’aspetto quantitativo del suo servizio,

Per raggiungere questo livello della fede, tipica di un apostolo, come anche di tutti i credenti, è necessario l’esercizio della gratuità. Se la fede cristiana non si intreccia, non si declina continuamente con azioni gratuite nei confronti di Dio, finisce per non essere sostenuta e compresa nella sua verità più profonda e autentica. Dice, infatti, Gesù: “Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”.

In questo senso andrebbe meglio chiarito il significato dell’aggettivo ‘inutile’ applicato alla figura del servo: “siamo servi inutili”. Si potrebbe anche tradurre: “siamo semplicemente schiavi”, come direbbe anche Maria (Lc 1,38). L’identità dello schiavo è così pienamente definita dal padrone che solo in relazione ad esso può essere compresa davvero. Ma in questa prospettiva si comprende meglio anche il significato dell’‘inutilità’ propria di uno schiavo. Si tratta di una caratteristica che meno è supportata e compresa dalla nostra cultura occidentale che distingue tra una gratuità ‘inutile’ e una gratuità funzionale, che serve sempre e comunque a qualcosa, al raggiungimento di uno scopo. E’ proprio l'inutilità che non risponde ad alcuna funzione che va semplicemente riaffermata nella nostra relazione di fede col Dio di Gesù Cristo. Perché proprio questo è stato l’atteggiamento stesso di Gesù nei confronti del Padre Suo: “mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato” e “io faccio sempre ciò che a lui piace”.

Qual altro significato potrebbe avere l’eucaristia di Gesù, ‘servo per amore’, alla quale partecipiamo di domenica in domenica? Quello di imparare, di esercitarci in quell’autentico spirito di servizio cristiano che inesorabilmente ci fa passare dal ruolo di sentirci ‘semplicemente’ dei servi a quello ancora più intimo e singolare di amici: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo signore; ma vi ho chiamati amici” (Gv 15,15).