giovedì 23 agosto 2007

XXI Domenica del Tempo Ordinario – 26 agosto 2007

“Ave, Tu barca di chi ama salvarsi; Ave, Tu porto a chi salpa alla Vita” (dall’inno Akathistos)

Luca 13,22-30: [22]Passava per città e villaggi, insegnando, mentre camminava verso Gerusalemme. [23]Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Rispose: [24]«Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno. [25]Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete. [26]Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. [27]Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d'iniquità! [28]Là ci sarà pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori. [29]Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. [30]Ed ecco, ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi».


Cari amici e care amiche, ben ritrovati!

Col brano evangelico di domenica prossima (XXI del Tempo Ordinario, 26 agosto 2007, Lc 13,22-30) assistiamo alla scena di Gesù che “passava per città e villaggi, mentre camminava verso Gerusalemme”. Se predicando Gesù finisce per sostare là dove la gente vive, la Sua mèta resta comunque Gerusalemme (Lc 9,51). Ed ecco allora che “un tale gli chiese: ‘Signore, sono pochi quelli che si salvano?’”. C’è del pessimismo calcolato – se solo pochi si salvano, quanti saranno? – e dell’interesse celato: sarò annoverato tra questi “pochi” eletti?
Interrogativi rintracciabili anche nel ritorno del sacro e del religioso nella cultura Occidentale, che pure rimane avvolta nell’indifferenza teologica e nel relativismo dei valori (Benedetto XVI). Anzi, l’accento quantitativo della questione così posta tradisce un’inevitabile autoreferenzialità. La stessa debolezza della fede cristiana oggi si radicherebbe in una accentuata preoccupazione di sé (compreso l’assillo per la destinazione ‘post mortem’), incapace di compromettersi in una sincera relazione col Dio di Gesù Cristo, che solo per amore Si è fatto carico della salvezza di ogni uomo, volendo “che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità”(1 Tm 2,4).

La risposta di Gesù punta più in profonditài. Non è in questione sapere ‘quanti’ si salveranno (e pure: io mi salverò?), piuttosto: cosa comporta il fatto che proprio Gesù (“Dio salva”) è il Salvatore. Per questo comincia a raccontare servendosi di immagini e parabole.
La prima è metafora famosa: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno”. Se pure Gesù non sembra disprezzare una lettura quantitativa della salvezza, la questione diventa cruciale: se, infatti, la porta è stretta, allora solo uno alla volta la può attraversare. Senza più alcun effetto di trascinamento: l’appartenenza a un gruppo, a una etnia culturale, a una religione o a una chiesa non è più una garanzia.
Ma se l’accento della metafora cade propriamente sulle misure della porta, allora è la fede cristiana la “porta stretta” che chiede continuamente serietà e coraggio: “porta stretta è la Parola di Dio quando appare povera e indifesa, senza sostegni di ordine razionale, e richiede pertanto il rischio della fede. Porta stretta è l’amore evangelico che deve raggiungere anche chi non è amabile. Porta stretta è Gesù che oggi vediamo camminare in direzione di Gerusalemme dove dovrà affrontare la sofferenza e la morte” (L. Pozzoli, L’acqua che io vi darò, Paoline, 2006. p 219). Così dirà, infatti, Gesù di Se stesso: “Io sono la porta: se uno entra per me, sarà salvato, entrerà e uscirà, e troverà pastura” (Gv 10,9).
E a noi, che siamo invitati ad attraversarla, non si chiede un generico dimagrimento, una moralistica semplificazione di sé. Ma piuttosto di esercitare quella stessa umiltà che caratterizza continuamente Gesù quando si rapporta al Padre Suo. Questo abbandono fiducioso alla Sua misericordia, così come Gesù ha sempre confidato nel Padre, è il senso ultimo della nostra salvezza. Sino ad accettare di stare in situazioni persino complesse (infernali), senza mai disperare in Chi, per amore, ci stringerebbe a Sé per sempre (Silvano del Monte Athos),

Se, dunque, la ragione per la quale le vergini della parabola, che, non avendo con sé l’olio per le lampade trovano la porta della sala di nozze sbarrata, è una presuntosa ignoranza (Mt 25,1-13), si comprende meglio l’altro racconto contenuto nella risposta di Gesù: “quando il padrone di casa si alzerà (si desterà) e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: ‘Signore, Signore, aprici’. Ma egli vi risponderà: 'Non vi conosco, non so di dove siete’”. Per un verso, c’è un’allusione esplicita al risveglio che proprio la Sua resurrezione ha comportato dopo il sonno della Sua morte; per un altro, la ripresa della metafora della porta, applicata proprio alla Sua stessa morte e risurrezione finisce per costituire il termine invalicabile, oltre il quale non può più essere cercata alcun’altra forma di salvezza. Prescindere presuntuosamente da ciò che Lui è stato e ha fatto per amore nostro, con la Sua morte e risurrezione, significa autoescludersi dall’amore e dalla salvezza che Dio stesso, in Gesù, ha inteso donare a tutti gli uomini.
Così l’inferno è fatto da tutti coloro che, avendo rifiutato le conseguenze del estremo gesto d’amore di Gesù, ora stanno “fuori” dalla porta: “Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d’iniquità! Là ci sarà pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori”. Anche Paolo, del resto, aveva notato le conseguenze negative che una superficiale partecipazione al banchetto eucaristico comporta inevitabilmente: “chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (I Cor 11,27).

Così, alla metafora della porta da attraversare e alla parabola della porta chiusa segue infine l’immagine di una porta totalmente spalancata: “Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio”. Il fatto è che se la salvezza è offerta a tutti, non tutti l’accolgono. Per questo Gesù conclude dicendo: “Ed ecco, ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno i primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi”. Non è un gioco di parole. Nella lotta per entrare singolarmente e liberamente attraverso la porta del Regno, il primo della fila diventa l’ultimo e l’ultimo il primo. Infatti, chi è già esistenzialmente ultimo diviene primo perché proprio questa è stata la condizione voluta da Gesù, “il quale essendo ricco si è fatto povero per voi” (2 Cor 8,9; ma anche Fil 2,6); mentre chi ha preteso d’essere primo, o mai si dovesse trovare ad esserlo, imparerà a stare all’ultimo posto, come Gesù che “non è venuto per essere servito ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti” (Mt 20,28).

Che il Suo gesto eucaristico continui a insegnarci la bellezza e la grandezza dell’umiltà e il Suo sguardo misericordioso ci custodisca nella pace.


don Walter Magni

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